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Opere di Filippino Lippi

Sezione "Compagnie d'artisti"

Il commento di Claudio Cerretelli


Dal 1480, mentre si protrae la felice stagione della scultura, con la presenza di importanti artisti, la pittura – conclusa la fase lippesca – vive a Prato un periodo di scarsa fortuna.
Gli artisti-artigiani locali – Girolamo Ristori, Michele Guizzelmi e, poco dopo, Tommaso di Piero – riuscirono a sopravvivere solo esercitando anche il più redditizio mestiere di ceraiolo. Altri pittori, ancor meno noti, operarono entro il 1520: Bastiano di Piero, Giacchinotto di Gabriello, Benedetto di Paris, Francesco del Cappellina; la loro attività fu però sporadica o di modesta entità.
In mancanza di una vera scuola locale, l'influenza delle prospere botteghe fiorentine dirette da noti maestri fu notevole; dalle opere più celebrate gli artisti pratesi - soprattutto Tommaso di Piero - ricavarono modelli formali da riprodurre o abbinare, ricreando, secondo i gusti della committenza pratese del ceto medio, composizioni caratterizzate da una religiosità quieta e domestica.
Maggiormente originale fu Girolamo Ristori, più anziano di Tommaso e nel 1503-1509 operante in “compagnia” con lui (in precedenza aveva collaborato col fiorentino Piero di Antonio). Partendo da una formazione castagnesca e baldovinettiana egli reinterpretò con una certa sensibilità spunti del Ghirlandaio e di Filippino Lippi, avvicinandosi nella sua fase più tarda al Perugino, per la Crocifissione (1508) nelle Volte della Cattedrale (v. p. 88). Qui troviamo una ricca cornice di gusto architettonico con grottesche, ispirata alla contemporanea produzione fiorentina, usata dall'artista anche nelle espressive Scene della Passione (1509) del Capitolo di San Niccolò (v. p. 87) e nel San Michele (1512) nella pieve di Figline.
Il Ristori fu ucciso durante il tragico Sacco di Prato (la devastazione della città da parte delle truppe spagnole filomedicee) del 1512. Ugual sorte toccò a Michele Guizzelmi, pittore e ceraiolo, che fu – come scrive il nipote Agostino – «molto virtuoso di sonare e cantare, e valse assai nel fare l'inmagine» (statue ed ex voto in cera per Santa Maria delle Carceri e la Santissima Annunziata).
Delle sue opere ad affresco resta probabilmente solo una Madonna col Bambino tra san Domenico e san Pietro martire (1503), che addirittura prende a modello per i santi laterali il san Domenico di Agnolo Gaddi nella Cappella della Cintola, ma si ispira nella composizione piramidale a prototipi di Filippo Lippi (utilizzati anche dal Ristori nel Tabernacolo di San Fabiano e in una Madonna della Collezione Acton, a Villa La Pietra a Firenze), mentre la testa della Vergine, di malinconica grazia, ricorda quella dell'Annunciazione della Galleria dell'Accademia, ritenuta opera del giovanissimo Filippino.


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